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Le televisioni locali sono televisioni libere che trasmettono in ambito locale. Al 2007, il loro numero in Italia supera le 600 unità.

Storia delle televisioni locali italiane
Il periodo della TV via cavo

La situazione di partenza in Italia era il monopolio televisivo. Anche nel 1960 la Corte Costituzionale aveva difeso la legittimità della legge che lo aveva istituito sulla base della considerazione che le frequenze disponibili sono un numero limitato ed ammettere altre concessioni oltre ad una società di natura pubblica avrebbe portato al pericolo di un accentramento monopolistico in mani private.

Ci furono alcuni tentativi di rompere questo monopolio. Quello che riuscì a scardinare il sistema fu quello operato dall'imprenditore Giuseppe Sacchi (detto Peppo) con Telebiella che decise di trasmettere via cavo. La legge allora vigente era il Codice Postale del 1936 che proibiva l'utilizzo, senza speciale autorizzazione, di cavi per un elenco dettagliato di trasmissioni (telefonia ecc.) La televisione, al momento sconosciuta, non era contemplata. Trattandosi di norma penale, non era ammessa l'analogia e pertanto a parere del pretore di Biella, Giuliano Grizi, la trasmissione televisiva via cavo era lecita.

I fautori del monopolio televisivo avevano una forte componente nel governo allora in carica che intervenne per bloccare l'esperimento: nel 1970 il Parlamento con legge delega aveva delegato il governo ad emanare i testi unici per semplificare il quadro legislativo e pertanto nel nuovo testo unico, anziché elencare le singole voci, richiese la necessità di una autorizzazione per tutte le forme di Telecomunicazioni. Di fronte alla denuncia della Polizia postale si iniziò davanti al Pretore di Biella un procedimento penale a carico del Sacchi, ma la difesa sostenne l'incostituzionalità del provvedimento delegato. La Corte Costituzionale, con sentenza del 1974 riconobbe che la scarsità delle frequenze via etere non poteva essere invocata per giustificare il divieto di trasmettere via cavo che pertanto fu ammessa.
In breve ci fu tutto un fiorire di nuove TV via cavo.

La definizione di ambito locale
A più riprese vennero emanate delle direttive e delle norme che tuttavia tendevano più a conservare il monopolio RAI che a colmare il vuoto legislativo del settore (ancora soggetto alle vecchie norme restrittive del passato) ne tantomeno definire l'ambito delle nuove tecnologie e delle diverse opportunità. Vennero quindi formulati tutta una serie di vincoli molto pesanti: l'ambito delle trasmissioni non poteva eccedere l'ambito comunale o di zone contigue con non più di 15.000 abitanti, le reti dovevano essere con cavi monocanale, in modo che poteva servire una sola televisione locale. In seguito a ciò iniziarono a nascere tutta una serie di associazioni tra piccoli imprenditori aventi lo scopo di promuovere la difesa legale opportuna nelle frequenti controversie giudiziarie e stabilire una serie di azioni comuni tendenti a promuovere la reale liberalizzazione delle tra₧smissioni radiotelevisive. A Viareggio si costituì, nel 1974, l'ANTI, nacquero poi la FRT, il CORALLO, l'AER, il Terzo Polo e tante altre TV minori.

La sentenza del 1976 e l'inizio delle trasmissioni via etere
La Corte Costituzionale nel 1976 cambiò orientamento giurisprudenziale e ammise anche la trasmissione via etere, purché in ambito locale. La stessa corte dettava i principi a cui si sarebbe dovuto attenere il legislatore.

Il periodo successivo da un lato vede il sorgere di un migliaio di iniziative locali, dall'altro la totale rinuncia da parte dello stato a regolamentare la materia.

La definizione di far west televisivo è molto efficace e ben descrive un clima in cui non era raro il sabotaggio fisico ai ripetitori. Le televisioni che trasmettevano regolarmente programmi ammontavano ad un migliaio.

Una prima via di chiarimento avvenne attraverso l'introduzione in Italia di un istituto diffuso nella televisione commerciale americana: la syndication. Più televisioni, per tutto o per parte del loro palinsesto, ricorrevano a programmi confezionati da altre emittenti aderenti al loro sistema. Attraverso questa strada la Fininvest (poi divenuta Mediaset), assorbendo le fallimentari iniziative di grandi editori come Mondadori, Rizzoli, Perrone, Caracciolo venne a creare tre reti nazionali Canale 5, Italia 1, Retequattro, che trasmettevano su tutto il territorio nazionale un palinsesto comune alle tv locali aderenti e con programmi che andavano in onda alla stessa ora. In sostanza, malgrado l'impedimento alla diretta, erano state create delle vere e proprie reti nazionali alternative a quelle RAI. L'intervento della magistratura ordinaria decretò tale pratica illegale. Da qui l'intervento del Governo con il c.d. Decreto Craxi, le pronunce della Corte Costituzionale che ritiene la situazione violatoria dei principi della concorrenza, il rinvio del problema all'introduzione della nuova tecnologia digitale, che moltiplicando i canali utilizzabili, elimina alla radice il problema dell'Antitrust.

 
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